EMOTICONS E L'IDENTITA' NELL'ERA DEL VIRTUALE

di Sandro Panzieri - Giugno 18, 2015 -  - Teatro Florian Metateatro

Due individui, un uomo e una donna, sono in uno spazio comune. Non fanno nulla, aspettano. La loro relazione vive sulla distanza e si materializza nei discorsi in chat.

"L'identità liquida" nell'era del virtuale, vista attraverso il linguaggio delle chat e dell'internet che, annullando le distanze fisiche, soppianta la comunicazione reale, quella "vis à vis".

Veramente un bello spettacolo, grazie anche alla particolare modalità rappresentativa perfettamente incentrata sul tema, che in realtà lo circoscrive in un "cerchio", la cui fruizione potrebbe tranquillamente iniziare da qualsiasi punto della sua circonferenza, senza soluzione di continuità, estendendo, (secondo mio modesto parere) per comunicatività espositiva, il termine "spettacolo" ad "Installazione da Biennale d'Arte Contemporanea".

Il tutto stimolando profondamente la riflessione su quanto siano cambiate le modalità comunicative ed espressive, sentimentali in primis, in questa era dal vorticoso incedere tecnologico. Complimenti!

 

COLLETTIVO AKR AL THEATERKAPELLE DI BERLINO

di Raffaella Munno - 19.06.2013
 
Ci troviamo al theaterkapelle di Berlino, chiesetta sconsacrata, adiacente al cimitero, siamo subito invasi da una pienezza mistica tipica delle rappresentazioni medioevali che ponevano proprio in ambienti ecclesiastici le prime basi del loro sviluppo.
 
Un odore d’incenso si diffonde nell’ aria, le mani automaticamente si giungono simulando una preghiera e gli occhi, in continua ricerca di qualche figura iconografica , si scontrano con uno scenario spoglio e funereo.
 
Il silenzio viene improvvisamente spezzato dal suono di una radio a forma di papera Compaiono da una botola i due attori (Maria Laura de Bardi e Pasquale Passaretti) coperti da una maschera, che si muovono claustrofobicamente sul palco fin quando la caduta rumorosa di un sacco pieno di indumenti, allarga i luoghi mentali e di conseguenza lo spazio scenico.
 
Lo spettatore infatti arriva a coprirsi gli occhi durante lo scaraventare di pietre tirate da un uomo che subito riconosciamo come Carlo Giuliani, come per proteggersi da una realtà lanciata addosso che valica la struttura delimitata dell’ altare e si sposta nel luogo di fruizione.
 
Siamo nel ventre della trilogia del dolore, opera incentrata sul mito di Antigone che si arrampica come edera bastarda sui muri del tempo, attraversando epoche differenti.
 
Trasgressiva come la Salomè di Wilde, che ossessivamente chiede la testa di Iokaanan, Antigone è però portatrice nella sua ribellione di valori profondi, quelli che le leggi scritte non possono contrastare.
 
Individuo contro lo stato, fiera delle proprie idee, ma soprattutto mente che sceglie, che spezza le catene da quelle regole che legano l’ essere al presente dove l’ odio diventa cancro del mondo dei vivi lasciandoli senza la licenza di amare.
 
In post (ultimo capitolo della trilogia) si presenta la fase ormai di normalizzazione, data dallo sradicamento dalla società contemporanea, il vincolo di sangue incestuoso che non può essere sciolto, l’ Edipo che marchia la sua discendenza con il peccato non voluto e infetta il sangue innocente nonostante l’ uomo , proprio come Antigone fatichi a perdere il proprio senso di purezza.
 
Catapultati nell’altro mondo, quello ricercato dall’eroina che trova la sua forza tra i morti, sbarchiamo in questo teatro che lentamente si impossessa di nuovi luoghi, per colonizzare lo spazio non più contenitore ma parte dell’opera stessa.
 
L’ottima manipolazione creativa del suono e delle luci realizzano l’ utopia wagneriana della Gesamtkunstwerk , opera d’ arte intesa in senso totale, libera dai vincoli e canoni del teatro classico. Gli intermezzi elettronici di Riccardo Cocozza e Domenico Catano così amplificano lo stato di inquietudine e angoscia mentre le luci curate da Joe Fish si estendono lentamente a tutti i locali del complesso architettonico in una continua intermittenza di chiarore e oscurità .Nella chiacchierata piacevole portata avanti prima e dopo lo spettacolo è lui stesso a sottolineare la voglia di curare in futuro anche gli esterni per rilevare forme e creare atmosfera ancor prima di entrare nella sala .
 
Vi invito a seguire il collettivo nelle prossime date che si terranno in Italia dopo una pausa estiva o a rivedere lo spettacolo che certamente assume forme diverse a seconda del luogo di rappresentazione dove l’ anima degli attori sembra plasmarsi attraverso gli occhi del pubblico , rompendo la quarta parete … scagliandosi addosso come pietre di rivolta.
 
POST – L’AFTERMATH DEL DOMINIO
di Riccardo Motti - 14.06.2013
 
Il collettivo AKR è tornato in città. Dopo i successi raccolti con il precedente spettacolo E.C.F.C. l’anno scorso e l’incursione al 100 Grad festival a Febbraio, i ragazzi hanno presentato ieri presso la Theaterkapelle (Boxhagenerstrasse 99) la prima del loro nuovo lavoro POST, già messo in scena con successo al Centrale Preneste di Roma e al Pad Festival di Mainz, in programmazione fino a Domenica.
 
“A bit more than human, a bit less than machine” è il sottotitolo della pièce, il quale ci rivela in parte il contenuto che gli artisti hanno scelto di proporre. Il punto di partenza è il tentativo di creare uno spazio di espressione per ciò che non è ancora stato oppresso, quella scintilla di vita che ancora risiede nell’epoca del post-capitalismo di crisi. “Si tratta di una mostra dell’umanità superstite” afferma l’attrice Maria Laura de Bardi, “un’osservazione e un lavoro sullo strato culturale”. Una volta preso atto dello stato di coma o sonno perenne in cui la società contemporanea è costretta a giacere, dunque, occorre focalizzarsi sulle resistenze, volontarie o meno, che cercano di contrapporsi alla disumanizzazione. Un gesto che diventa politico senza mediazione, un’accusa che viene mossa senza che essere formulata. Dopo la verbosità di E.C.F.C., infatti, AKR ha cambiato radicalmente rotta, mettendo in scena uno spettacolo in cui il gesto conta più della parola.
 
Si tratta di una caratteristica a mio parere fondamentale, la quale è indice di una maturazione costante dell’apparato concettuale che sta alla base della riflessione proposta. “Il modo in cui elaboriamo il testo è cambiato nel corso degli ultimi mesi” spiega Domenico Catano, “l’esperienza estera è stata fondamentale in questo senso”. Apparentemente vi è una rinuncia alla narrazione, giustificata con l’impossibilità esplicativa della parola: tuttavia, l’abbandono del testo non diventa una mutilazione comunicativa. Chi abbia gli occhi giusti per vedere, infatti, non può fare a meno di notare come lo spettacolo sia una rappresentazione di esperienze e traumi in forma figurata, come un’espressione onirica dell’inconscio freudiano. Inconscio che qui però si fa collettivo, segnato da traumi che appartengono all’uomo in quanto tale. La resistenza alla macchina implica dolore. Il testo in effetti c’è, si manifesta spontaneamente nei momenti successivi alla visione. Viene composto da chi, come me, mette nero su bianco o semplicemente racconta a voce quello che ha visto, portando il proprio contenuto. E’ un’esperienza che punta a destabilizzare, stimola la creatività e l’impulso alla vita che risiede ancora nelle persone che non sono diventate automi.
 
Per quanto riguarda lo stile, la lontananza (voluta) dagli schemi classici del teatro, assieme alla vicinanza con certe pratiche tipiche dell’azione performativa, fornisce quel carattere di novità e sorpresa che uno spettacolo mosso da un intento simile dovrebbe essere in grado di offrire allo spettatore. Gli attori di AKR non sono dilettanti che improvvisano, ma professionisti che conoscono fin troppo bene i trucchi del mestiere, per questo si possono permettere di farne scherno. E’ un gruppo fluido ed eterogeneo a struttura orizzontale, all’interno del quale le decisioni vengono prese spontaneamente, senza che siano necessari lunghi dibattiti o votazioni. E’ un gruppo post politico, conscio del fatto che la parola “democrazia” sia spesso una scatola vuota, utilizzata per fini di oppressione.
 
Per quanto mi riguarda, il senso che POST mi ha lasciato è paragonabile a quello dell’intraducibile termine inglese aftermath. Un “dopo” che non è un momento ma un processo, se non materialmente possibile almeno ideale. Ma se l’”andare avanti” coincide con un loop, e l’esperienza del futuro si fa immediatamente passato, forse anche gli ultimi spazi di libertà concessi all’arte si stanno oscurando. In ogni caso, buona visione. 
 
VACUUM-PACKED @ Performing Art Depote Festival
PAD, Mainz - 06.05.2013
 
Mit großem revolutionärem Gestus starten die Performer in VACUUM-PACKED ihren selbstironischen Trip in die Freiheit der Kunst und katapultieren die Zuschauer in eine  spannende und geheimnisvolle Bilderwelt, die vorbeirast wie die Bilder eines Daumenkinos – ein Performance-Quickie der besonderen Art.
 
Das italienische Performance-Kollektiv  AKRcollettivo verbindet in VACUUM-PACKED das Alltägliche mit dem Grotesken und Surrealen. Figuren aus dem täglichen Leben werden wie in einer Luftblase eingeschlossen, ihre Handlungen “vakuumverpackt”. Es entsteht eine neue Welt mit scheinbar eigener innerer Logik. Kongenial  verbinden sichtraumartige Sequenzen mit beeindruckenden elektronischenKlängenzu einem kurzen aber knackigen Gesamtkunstwerk, dessen Bilder noch lange im Kopf des Betrachters nachhallen.
 
VACUUM-PACKED: AKR at 100 GRAD Festival 
di Riccardo Motti (trad. Giovanni Piccirillo) - 25.02.13 -GERMANIA Opinioni di un freelance
 
“There are some who feel under siege.
Some who feel under pressure.
We feel vacuum-packed.”
 
VACUUM-PACKED. This is the title chosen from the AKRcollettivo for their Berlin's 100 GRAD Festival. A real happening in the cultural life of the german city, comprising more than 96 hours of shows and 120 participants. Vacuum is a  30 minutes show – enough to wake us up from the sleepy stream of the urban life, enough to shake our lazy oddments of conscience which never leave us during our days, and to wash our eyes up from the barriers created and brutally cristallyzed from post-capitalism cultural industry.
 
A shout, a yell that would like to express the alienation, without being able to do so. The british wish “God Bless you!” it's the only sentence actually spoken on stage, falling in the midst between an act of joke and some kind of last rite. The powerful scenic, musical and light-effects array are the actual substitute for the word, which, in 2013, has by now lost all its explicatory meaning. It almost seems like the AKR crew have brought the impossibility of communication, already explained by Adorno as an indispensable feature of post-Auschwitz art,  to the extreme consequences. The only way to talk about domination, is to pass over silence.
 
Significantly, everything starts with a small duck-shaped radio, repeatedly and concurrently switched on from the actors on stage, as if failing to   express any meaning with words. The word itself is cut off from the croaking of the instrument and from the auditive violence of the radio stations.  This message is fully and powerfully delivered, giving the public an abrupt “Rundfunk Berlin-Brandenburg” right in the middle of Phil Collin's “Another Day in Paradise”, right when an angel, emerging from a pile of rags, make its winding appearance. Looks like the berliner radio frequencies have decided to fully cooperate with the root-idea of this show.  
 
Very few elements are random, being versatility of the contemporary system at the very basis of the concept. Its incredible power of owning everything that, apparently, is other-than-itself. Being “alternative”, though, makes it liable to a pre-emptive encapsulation, that ruthless mechanism through which anything trying to reject the system ends up into becoming part of it, under the category of opposition. As for Fichte's “Not-I” - the world only makes sense in presence of an “I”. Creativity, being part of it, suffers from this: The practice claiming to call itself “art” needs to be aware of this inner boundary if it really wants to call itself so. On this side, AKR have certainly marked the spot: their political committment appears as venturous as it is successful. 
 
The fist, initially risen with enthusiasm and gradually with more and more tiredness and disillusion, is a symbol of the real-socialist attempt to find an alternative to capitalism, an attempt posed to fail as everybody knows, especially here in Berlin. The only doubt remains in relation to the contradiction belonging to the artistic behaviour itself. If the system inevitably brings to the failure of expression, is it worth to follow it? 
 
It is worth to prove to know the mechanism, but can we really find a way to go beyond it? The risk is to provide a duplicate of the domination, to repeat the oppression without showing the path, if a path still exists. 
 
SOTTOVUOTO - Lo spettacolo del collettivo AKR al 100 GRAD Festival
di Riccardo Motti - 25.02.13 - GERMANIA Opienioni di un freelance
 
“There are some who feel under siege.
Some who feel under pressure.
We feel vacuum-packed.”
 
Sottovuoto. Questa è il titolo che i ragazzi del collettivo AKR hanno scelto per il loro spettacolo nell’ambito del 100 GRAD Festival di Berlino, vero e proprio happening della vita culturale cittadina con più di 96 ore di spettacoli e 120  gruppi artistici coinvolti. Vacuum-Packed si sviluppa in 30 minuti che hanno il potere di destarci dal sonnolento scorrere della vita urbana, scuotere i pigri rimasugli di coscienza che accompagnano le nostre giornate e lavare dai nostri occhi le incrostazioni che l’industria culturale del post-capitalismo contemporaneo provvede a cristallizzare con moto indomito.
 
Un grido, un urlo che vorrebbe essere articolazione di alienazione, ma che in fin dei conti non può essere articolato. L’augurio british “God bless you!” è l’unica frase che viene pronunciata sul palco, a metà tra un’estrema unzione e un atto di scherno. Il possente apparato scenico di musiche e luci fungono da abile sostituto rispetto alla parola, che nel 2013 ha ormai completamente smarrito la sua funzione esplicativa. Sembra che i ragazzi di AKR abbiano portato agli estremi la consapevolezza di quella impossibilità comunicativa che già Adorno indica come caratteristica indispensabile dell’arte che si trova ad esistere dopo Auschwitz. Per parlare del dominio, occorre tacere.
 
Non a caso, tutto inizia con una piccola radio a forma di papera, ripetutamente attivata dagli attori in contemporanea con un tentativo di articolazione verbale, che risulta fallimentare. La parola viene bloccata dal gracchiare della radio, dalla violenza sonora delle stazioni che vengono mano a mano captate e amplificate. E il caso(?) ha voluto che questo tentativo sia riuscito in pieno, regalando al pubblico uno slogan “Rundfunk Berlin-Brandenburg” nel bel mezzo della performance e  un “Another day in paradise” di Phil Collins proprio alla fine, quando un angelo emerso da un cumulo di stracci fa la sua sinuosa apparizione. Che dire? Sembra che le frequenze radio berlinesi abbiano deciso di collaborare in pieno con l’idea che sta alla base dello spettacolo.
 
Di casuale c’è poco, il punto è proprio la versatilità del sistema contemporaneo, la sua incredibile capacità di appropriarsi di ciò che, apparentemente, gli sta di fronte come altro-da-sé. Proprio in quanto “alternativo”, tuttavia, esso si presta ad un inglobamento preventivo, quel meccanismo spietato secondo il quale tutto ciò che si vuole opporre al sistema ne entra a far parte sotto la categoria di opposizione. Come il Non-Io di Fichte, quel mondo che ha senso solo ed esclusivamente in presenza di un Io nella cui coscienza si sviluppa. La creatività, come sua parte integrante, ne è afflitta: la prassi che pretende di chiamarsi “arte” deve essere a conoscenza di questo suo limite intrinseco se vuole definirsi tale. In questo senso, i ragazzi di AKR hanno centrato l’obbiettivo, il loro impegno in senso politico appare tanto azzardato quanto riuscito.
 
Quel pugno alzato dapprima con entusiasmo, poi con sempre maggiore fatica e disillusione, è emblematico rispetto al tentativo realsocialista che ha voluto cercare un’alternativa al capitalismo, con i risultati storici che tutti hanno avuto modo di vedere, soprattutto qui a Berlino. L’unico dubbio che rimane è legato alla contraddizione in cui il fare artistico stesso si agita. Se il sistema porta al fallimento della capacità esplicativa della parola, è bene perseguirlo? Giusto mostrare che si conosce la dinamica, ma non si può davvero trovare un modo per andarne al di là? Il rischio che si corre è quello di fornire un duplicato del dominio, ripetere l’oppressione senza mostrare la via, sempre che qualcosa come “una via” esista ancora.
 
LA BOMBA E LE FANCIULLE, OVVERO, “ERAVAMO COSÌ FOLLI DA CREDERE DI POTER FAR VINCERE I PERDENTI SENZA RENDERLI VINCITORI”
di Ema - 07.08.12 - BerinAndOut
 
Stanza bianca. Luce impietrita. Rumore di passi strascicati con discrezione. Crepitare di carta fra dita inquiete. Come esemplari di una collezione di lepidotteri in bianco e nero una lunga serie di fotocopie è puntata alle pareti. Fotocopie di fotografie ritagliate dai giornali. Sono uomini, donne, giovani, vecchi. Morti ammazzati. Die Toten. Foto di morti che Hans Peter Feldmann ha collezionato per anni e che ora espone alla Hamburger Bahnhof di Berlino con lo sguardo glaciale di un archivista. Il primo è Benno Ohnesorg, uno studente tedesco ucciso durante una dimostrazione da un poliziotto nel 1967. E poi tanti altri. Morti. Tutti uccisi in atti terroristici. Alcuni vittime. Altri carnefici. Talvolta il risvolto di una giacca da uomo d’affari o il polsino di una divisa militare affiorano sotto un lenzuolo e ci svelano l’appartenenza di quel cadavere. Ma più spesso non saprai mai da quale parte stava lui o lei quando ancora erano vivi fino a che non corri a leggere le didascalie. E ti chiedi se lui o lei lo sapevano che sarebbero morti quel giorno. Se hanno indossato quel trench alla moda e si sono tagliati la frangetta in modo spavaldo perché sapevano che quel giorno sarebbero morti e poi sarebbero stati fotografati. Questo è il privilegio di chi costruisce la bomba. E conosce la carica iconica che il suo corpo ucciso porterà per sempre con sé. Il terrorismo non può esistere in un mondo senza media. Il silenzio non è il suo habitat. Di qualunque colore la vogliate fare è la propaganda, nel suo senso più vasto, che lo nutre. Il terrore è in fin dei conti pop. Mi ci ha fatto pensare lo spettacolo visto da poco sui palcoscenici del Theater Kapelle, uno dei palcoscenici da me più amati qui a Berlino, ma, attenzione, spettacolo nato e prodotto in Italia. “E.C.F.C.” ovvero “eravamo così folli che” degli AKR di Roma. Ne avevo già scritto l’anno scorso quando gli AKR presentarono al Theaterhaus Mitte la loro Trilogia del Dolore. Quest’anno invece, consci della propria carica provocatoria, gli AKR presentano “E.C.F.C.” da solo, esponendolo in tutta la sua forza e la sua debolezza, come vittima e come assassino, osando giocare e recitare il terrorista. Scrivessi in inglese sarebbe tanto più semplice: “To Play the Terrorist”. Lo spettacolo comincia come una pistola puntata alla tempia: ogni spettatore è costretto a scegliere se “diventare terrorista” o “passare tutta la vita a essere terrorizzato”, poi viene condotto davanti a uno stendardo rosso e glitterato, travestito da terrorista o vittima (maschere, passamontagna visti su tante orribili pagine di giornale) e fotografato. Non parte il colpo di proiettile ma il flash della macchina. Pop.  Poi lo spettacolo esplode, proprio come se qualcuno avesse buttato una bomba nel teatro: lo spazio si sparpaglia, il testo si maciulla, i personaggi sono fatti a pezzettini. Pop. Compito dello spettatore, come un solerte agente del CSI o una commossa Antigone contemporanea, ricomporre questo cadavere scenico nel tentativo di dargli forma e senso. Rimane un solo centro di unità segnica: il corpo dell’attore. Spogliato, snudato, rivestito, travestito: l’intuizione degli AKR è chiara, ci vestiamo e nel farlo ci travestiamo per nasconderci, per mascherarci, per entrare ogni giorno in una più o meno implicita clandestinità. Sia essa “borghese”, sia essa “rivoluzionaria”. E quando invece siamo nudi, quando la nostra carne è esposta all’occhio impietoso altrui portiamo addosso i segni del sacrificio. Un dono di sangue. “Sono qui per te, sono fatto di te, perché non mi vuoi vedere? Tu non vuoi fermarti e accettare, ma ti ripeto: io sono della tua stessa carne, nelle mie mani c’è il tuo stesso dolore, e nelle tue risposte alle mie azioni, la mia pena. Non temere i tuoi silenzi crolleranno ed il mio pianto ti laverà via della polvere”. I corpi delle fanciulle, avvolti dai trench di pelle come fossero armature, supplicano l’empatia di chi guarda. Trascendendo l’esperienza storica del terrorismo, scolorendone le appartenenze politiche per frugare, cercare e trovare, chissà, il terrorista che si nasconde in ognuno di noi? Peccato però che questa ricerca di compartecipazione assoluta, che vorrebbe essere anche segno politico, “eravamo a caccia della forma più assoluta di partecipazione politica e radicale” proclama AKR, diventi simile all’autismo. Ma in fondo l’essenza del terrorismo sta purtroppo solo lì: nell’istante in cui la partecipazione è assolutizzata smette di essere partecipazione, il terrorismo è una scelta solipsistica che riduce di colpo tutto l’ampio spettro della lotta politica a una sola opzione binaria: essere terrorista o essere terrorizzato. E se davvero, come dicevano i greci, l’uomo è l’animale politico ecco che di colpo tutte le istanze dell’animale si mangiano quelle del politico. Soffocano le fanciulle nei loro trench di pelle, nei loro passamontagna neri, nelle guepiere striminzite che segnano la carne come fruste. E piano piano si spegne la risonanza della provocazione iniziale: quando l’applauso è arrivato tenevo ancora in mano i miei foglietti “essere terrorista” vs “essere terrorizzato per tutta la vita” come carboni ardenti. E la violenza del segno era rimasta tutta in quella scelta terribile e ingiusta. Quello forse è il vero terrorismo: ridurre tutta l’esistenza umana a una scelta binaria di terrore. Come se i padroni del terrore non avessero già vinto abbastanza. L’ultima immagine dello spettacolo, il corpo tragicamente immobile dell’attore (riferimento storico precisissimo) mi rimanda alla collezione spietata di Feldmann. Die Toten. Una danza macabra contemporanea dove ahimè è sparita di nuovo ogni possibilità che non sia paura. Un tempo infatti nelle danze macabre i morti ballavano. I morti ridevano. E nel prendersi gioco di noi, i vivi, ci insegnavano altri modi con cui è possibile cambiare un poco il mondo. “To Play”. Il solito problema linguistico. Ma se, come dicevano i greci, dire è pensare ed è essere, forse ci manca (a noi che scriviamo, pensiamo, recitiamo in italiano) un pezzetto di gioco in più. E siamo sempre meno folli di quello che vorremo essere. Ma spaventati, quello sì.
 
“E.C.F.C  so verrueckt waren wir” è un progetto di AKR: consiste in uno spettacolo teatrale site – specific (cambia sempre in relazione allo spazio della rappresentazione), una campagna di street performance e una serie di videoclip sotto il titolo “E.C.F.C. Die Revolution geht in Urlaub / La rivoluzione va in vacanza” realizzati nell’estate del 2010.
 
AKR und das Theaterhaus (E.C.F.C)
by InfothekBerlin - 10.06.11 
 
E.C.F.C. – SO VERRÜCKT WAREN WIR
di Riccardo Motti - 26.07.2012 - GERMANIA Opinioni di un freelance
Lo spettacolo del collettivo AKR in scena da stasera fino al 29 Luglio alla Theaterkapelle
Stasera (26 Luglio), alle ore 21 presso la Theaterkapelle (Boxhagenerstr. 99), sarà rappresentata la prima dello spettacolo “E.C.F.C – So verrückt waren wir” del collettivo AKR. Il volantino che pubblicizza l’evento ha suscitato in chi vi scrive una spontanea curiosità, perché si tratta di una chiara parodia dei manifesti che il DKP, partito comunista tedesco, ha utilizzato per le scorse elezioni. In quel Plakat erano rappresentati i profili di Marx, Engels e Lenin e la dicitura “i nostri consiglieri per la crisi”: la stessa scritta che sovrastava i profili di alcuni artisti del collettivo stampati sul flyer.
 
“Si tratta di un discorso immorale a proposito della lotta armata del passato, presente e futuro – un allestimento teatrale intimo, personale ed emotivo su cosa porti il terrorista, una sgradita vittima della società che lo ha in fin dei conti rifiutato, a diventare tale [...]” . Così l’enigmatica dicitura. A questo punto, non potevo far altro che presenziare al Presse Party organizzato presso la Theaterkapelle ieri sera, per cercare di fugare i numerosi dubbi che mi ronzavano in testa.
 
Partiamo dal luogo. La Theaterkapelle è una chiesa sconsacrata che sorge nella Boxhagener Strasse, affianco ad un cimitero. Il legame tra il camposanto ed il teatro è forte, tanto che ogni due settimane occorre smontare tutto per far posto ai funerali, che si svolgono tutt’ora al suo interno. Forse è per questo che l’edificio appare tragicamente maestoso, affascina ed incute una sorta di timore reverenziale. Non a caso, è proprio da qui che i ragazzi del collettivo cominciano: “in un certo senso, questo posto ci ha dato l’impulso per ricominciare a fare del teatro” ci spiega Domenico Catano.
 
La storia di E.C.F.C. è infatti travagliata: “nel 2008 abbiamo cominciato a scrivere il pezzo, che abbiamo messo in scena un anno dopo in Italia, in due contesti molto diversi: un concorso in piena regola ed una festa della liberazione. In entrambi i casi la rappresentazione non è piaciuta. Nel primo caso siamo stati tacciati di simpatie eversive, nel secondo di fare proselitismo”. I ragazzi spiegano questo iniziale fallimento con il loro modo dissacrante di affrontare un argomento come quello degli anni di piombo, che pur essendo stato già analizzato presenta ancora dei lati tanto oscuri quanto delicati. “Abbiamo osato giocare con un tabù, e il pubblico non ha capito: erano convinti che fossimo simpatizzanti di ciò che mostravamo sul palco”, continua Domenico. “A quel punto, siamo stati tentati di lasciar perdere”.
 
Poi l’incontro con la Theaterkapelle nel 2010, e le numerose rappresentazioni in Germania che hanno fornito ai ragazzi una soddisfazione maggiore di quella raccolta in terra natia: “Il pubblico tedesco ha reagito diversamente, ha capito l’ironia e l’intento più profondo del nostro lavoro” afferma Aurora Kellermann. Dal 2010 lo spettacolo si è evoluto nella forma (in italiano e tedesco)  e nel contenuto, grazie al suo carattere cangiante che gli permette di adattarsi al luogo nel quale viene rappresentato. Secondo momento di una trilogia cominciata con “Antigone”, esso è tuttavia giunto a quella che si può definire una forma “finale”, che conclude un lungo lavoro di ricerca.
 
Per l’occasione, il collettivo si è avvalso della collaborazione degli attori Lorenzo Pennacchietti e Andreas C. Meyer, che affiancano Maria Laura de Bardi e Aurora Kellerman sul palco. “Ci siamo trovati subito a nostro agio con i ragazzi di AKR”, affermano le due new entries, “perché qui i componenti del gruppo non lavorano in diversi compartimenti stagni, la suddivisione dei ruoli è labile e c’è una tendenza orizzontale che rende la collaborazione e la reciproca influenza più facile”. Secondo Meyer inoltre, “qui non si respira l’aria di concorrenza e competitività tipica dei teatri statali tedeschi, c’è una maggiore condivisione di intenti”.
 
Lo spettacolo sembra dunque presentare numerosi punti di interesse, perché si propone di affrontare un tema scomodo in una maniera inconsueta e provocatoria, senza intenti storici o descrittivi. Inoltre, visti i tempi che corrono, l’estremismo politico è un argomento che presenta un forte carattere di attualità. In momenti di crisi simili a quello che stiamo vivendo negli ultimi anni, la storia ci insegna come parti più o meno ampie della società considerino, per convinzione politica o mancanza di alternative, la lotta armata come una possibile soluzione.
 
TRILOGIA DEL DOLORE
diEmilio Esbardo - 11 Luglio 2011 - Il Nuovo Berlinese
 
Tra il 15 e il 17 giugno è stato inscenato a Berlino presso il Theaterhaus Mitte il pezzo teatrale La trilogia del dolore: la ribellione nel tempo. Lo spettacolo era diviso in tre rappresentazioni: Prima regola: non essere salvati - Burning Antigone, E.C.F.C. - Eravamo Così Folli Che e Post. Nella prima rappresentazione gli attori si sono espressi in italiano con sottotitoli in tedesco. Nella seconda sia in tedesco che in italiano. Nella terza i dialoghi sono stati ridotti al minimo, la scenografia ha preso il sopravvento e la parte visiva l’ha fatta da padrona. Lo spettacolo è stato organizzato dal collettivo AKR, composto da Domenico Catano, Riccardo Cocozza, Maria Laura De Bardi e Aurora Kellerman. Il gruppo è stato fondato a Roma dai due musicisti Domenico Catano e Riccardo Cocozza, con lo scopo di realizzare produzioni video-musicali indipendenti. La sezione teatrale è stata introdotta con l’ingresso nel gruppo di Maria Laura De Bardi. Aurora Kellermann è l’attrice che realizza gli scambi e le cooperazioni tra Berlino e Roma. La trilogia del dolore: la ribellione nel tempo, per esprimersi con le parole degli stessi autori, si concentra sul tema della ribellione, che parte dal tempo dell’antica tragedia di Antigone fino a giungere alla ribellione organizzata contemporanea, concentrandosi sulla lotta armata in Italia e in Germania. È uno studio approfondito sulla ribellione e la lotta del singolo contro le masse, inseriti all’interno dell’ordine costituito. Durante lo spettacolo il pubblico, ha partecipato attivamente, interagendo con gli attori. L’esibizione aveva un forte impatto visivo, che si prestava a delle ottime fotografie. Per maggiori informazioni sul collettivo AKR e sui loro prossimi eventi: www.akrcollettivo.net
 

 

ANTIGONE 2.0. PIECE TEATRALE IN SPIAGGIA, A MONTESILVANO 

di Assunta Altieri - 27 luglio 2010 - Cultura in Abruzzo.it

http://cultura.inabruzzo.it/0017000_antigone-2-0-piece-teatrale-in-spiaggia-a-montesilvano/

Quando il megafono spande, nell’aria umida della serata estiva, i monologhi struggenti di Antigone e i contrappunti di Ismene, tuttavia, si riconosce il contrasto fra autorità e potere, fra legge dello stato e legge divina, il rapporto intimo e il contrasto fra due sorelle che rappresentano, ieri come oggi, due aspetti del mondo femminile: l’eroismo di Antigone che si ribella alla legge degli uomini e metaforicamente al potere maschile; la docile obbedienza di Ismene che rappresenta il tradizionale piegarsi al potere delle donne, ma non solo.

Improvvisamente Antigone e Ismene diventano donne del nostro tempo che annunciano il dramma dell’esistenza come in televisione si annuncia la sigla e si parte con lo show. L’interdizione di Creonte si spoglia della sua temporaneità e diventa interdizione attuale e tragica di libertà di dare libera espressione al proprio sentire. Quando si comprende che Antigone è già morta, ed è la rievocazione spettrale di Ismene, si avverte il dramma di Emone nell’apprendere che Antigone si è impiccata nella grotta dove era stata murata viva per ordine di Creonte. Tuttavia questo sentimento lo prova esclusivamente chi conosce l’opera di Sofocle. A chi non la conosce è concesso solo di intuire il dramma della morte, ma – e non è poco – anche il coraggio e la libertà di scegliere di morire e come morire.

Dopo la rappresentazione ho scambiato qualche considerazione con Domenico Catano, pescarese emigrato a Berlino. Di Domenico sono le proiezioni live, il disegno di luci, le musiche (assieme a Riccardo Cocozza). Mi ha raccontato della sua passione per il teatro, del suo desiderio di poter lavorare in Italia e dell’impossibilità di farlo, se non gratuitamente, se non accettando compromessi che contrastano con la libertà di rappresentare emozioni. Domenico e le due attrici (entrambe romane) si sono trasferiti a Berlino dove, mi confidano con una dolcezza quasi ingenua, “la cultura ha ancora una sua rispettabilità e le compagnie possono presentare progetti ed essere finanziate”.

 

FORGET ULI EDEL!
AKRteatro translate terrorism from Italian and back
by Alexandra Müller - 16.07.2010
KFZ Kaltstart Festival Zeitung #1.3 

“AKRteatro poses each sort of questions, about the contents as well as the aesthetic: “What brings the terrorist to become a terrorist?” The best thing about them: they do not give any answer. In E.C.F.C. We were so fool that the group from Rome produces itself in the different forms of the violent resistance. E.C.F.C. Is a theatrical mind map, an association machine which brings to laugh and poses questions. Perfect in its dramaturgical plan it never falls in the trap of the morality.

 
Dimenticano Uli Edel!
AKRteatro übersetzen den Terrorismus aus dem Italienischen und zurück
von Alexandra Müller - 16.07.2010 - KFZ Kaltstart Festival Zeitung #1.3 

http://www.kaltstart-hamburg.de/fileadmin/user_upload/2010/blog/kfz/HEFT3_digital.pdf

Uli Edels Film „Baader Meinhof Komplex“ stellt wenig Fragen. Die RAF spult sich  durch eine Stefan-Aust-historisch korrekte Handlung. AKRteatro dagegen stellen jede Menge Fragen, inhaltlich wie ästhetisch: „Was bringt einen Terroristen dazu, Terrorist zu werden?" Das Beste: Sie geben keine Antworten. In „E.C.F.C eravamo cosi folli che – wir waren so verrückt, dass“ performt sich die aus Rom angereiste Gruppe durch verschiedene Formen des gewalttätigen Widerstands – zweisprachig. Das kühle Deutsch rationalisiert den Terror, Performer Carsten Wilhelm raunt ins Mikro. Das Italienische klingt aufbrausender, emphatischer, Maria Laura De Bardi und Aurora Kellermann treiben sich gegenseitig durch einen aufrührerischen Sprachfluss. Es wird hin und her übersetzt: Viele Redenschnipsel der RAF oder der Brigate Rosse, ihrem italienischen Pendant. 
Szenische Gegenentwürfe flankieren die Rechtfertigungsentwürfe der 70er-Jahre-Terroristen: Die Performerinnen schmiegen sich in hautengen Bodys an ihren männlichen Counterpart, der dann aufspringt und brüllt: "Ich bin doch nicht der Baader!" "E.C.F.C." ist ein theatrales Mind Map, eine Assoziationsmaschine, die zum Lachen bringt und Fragen aufwirft. Dramaturgisch perfekt durchgeplant und ohne in die Moralfalle zu tappen. Da steckt eh noch immer Uli Edel drin.
 
EFFETTI DI MOVIMENTO 2010: SEGNALI DAL SOTTOSUOLO
di Andrea Pocosgnich - 30.06.2010
 
Certi esperimenti per capirli bisogna seguirli sin dall’inizio, dal loro concepimento, così è stato per Effetti di Movimento 2010, pubblicato il bando di selezione e presentata l’iniziativa non potevamo non raccontarvi uno stralcio della rassegna, tentare di decodificare proprio quel codice sorgente che sta alla base dell’idea del Collettivo TeatroForte, gruppo  residente negli spazi scenici del Csoa Forte Prenestino.

E’ il centro sociale più grande d’Europa e l’estate viene vissuto nella sua completezza, in tutti i suoi spazi, enoteche e pub all’aperto, un palco per ospitare il dj di turno, i luoghi deputati alle mostre e il teatro, di recente ristrutturato. Ma in questi giorni l’evento teatrale e il Forte si fondono, la scena come sempre accade da queste parti è ovunque, disgregata tra tunnel, declivi naturali, e spazi appositamente recuperati. Qui, dove non c’è il biglietto d’ingresso per ogni spettacolo ma una sottoscrizione unica di 5 euro, dove il pubblico al temine delle performance incuriosito incontra le stramberie su due ruote della ciclofficina, artisti anch’essi di una surreale mobilità, per provare bici dai modelli più stravaganti, qui dove gli emisferi si incrociano senza timore, dove gente venuta solo per ballare la propria notte si avvicina con un sorriso a un momento teatrale, in questo posto invisibile nelle mappe culturali dei quotidiani e dell’informazione culturale in genere, il teatro ha proliferato per tre giorni crescendo rigogliosamente e un po’ disordinatamente come una pianta rampicante prende possesso delle mura di una palazzina abbandonata.

Iniziano tardi gli spettacoli a Effetti di movimento, forse anche troppo dato che alcuni verso la fine delle serate si andavano a sovrapporsi impedendoci di assistervi a ognuno. Dei due giorni che abbiamo seguito, il secondo e il terzo, ci rimangono frammenti più o meno definiti di una vivida ed eterogenea teatralità. A cominciare dallo studio di Maddai, un progetto quasi antropologico di Simona Lobefaro strutturato in forma di processione con gli spettatori raggruppati al suono di un gong e guidati da un performer con gli occhiali grandi e il passo neutro, ad ogni stazione le trasformazioni del corpo mistico di Sarah Menouer, prima sul pavimento ad agitarsi come un ossesso, poi in un declivio tra la terra battuta e nell’oscurità del teatro, immobilità di un’improbabile ascesi, fino a giungere alla liberazione nel piazzale cadendo e rialzandosi per trovare, perdere e ingannare l’equilibrio della mente tra la polvere che s’impasta sulla biacca. Il pubblico osserva incuriosito, ma il lavoro non crea breccia nel muro della nostra incredulità, risulta artefatto, posticcio come il costume e il trucco dell’interprete, non libera il corpo e lo costringe in una finzione urticante.

Realmente liberi erano invece i corpi delle due danzatrici tedesche della compagnia Nightmare before Valentine, il loro lavoro Alien Island ha ammutolito e stupito il pubblico assiepato sulle gradinate di legno del caldo teatro. L’incontro di due corpi, recitanti di una femminilità virile, ironiche e atletiche ingannavano tempo e spazio su un multiforme tappeto musicale puntellato da una chitarra luminosa (all’occorrenza si accendeva di un verde fosforescente), palloncini colorati ed erba finta ornavano la scena portando con se residui di una vita sintetica, come i costumi usati durante l’incipit dello spettacolo, stilizzazioni di vestiti da sera in plastica trasparente di quel materiale usato per confezionare i prodotti fragili, con le bollicine gonfiate d’aria, per proteggere il corpo in questo caso, ma anche per finire scoppiate sotto il peso di un abbraccio. Le due berlinesi le abbiamo trovate poi il giorno dopo ad inaugurare l’ultima serata del festival con una performance fuori programma nel tunnel colorato dai mille graffiti, attorno a un tavolo, ancora ad esplorare le possibilità fisiche e ritmiche del corpo con un assolo di chitarra a sospingerle e accompagnarle.

Del vasto programma, costruito insieme alle compagnie con le quali è stato fatto più un percorso che una selezione (l’autoselezione è arrivata pian piano) come ci ha spiegato con passione Maria Laura de Bardi di AKRcollettivo (una delle realtà artistiche operanti nel teatro del Forte), ci rimane poi in mente la piacevole e surreale comicità delTeatro Instabile di Aosta, un lavoro assurdo a cominciare dal nome del gruppo, in realtà è di Roma. Con Dr Coffee e Mr Xerox partono dalla ripetitività del mondo impiegatizio per parodiare poi la società e i media con un tratto comico che non teme di spingersi al paradosso usando il corpo (anche nelle sue possibilità acrobatiche) e la voce, unica pecca forse la durata eccessiva che li porta alla ripetizione di alcuni meccanismi comici.

Certo non tutte le ciambelle escono col buco, è il caso de L’ora del caffè di Uranus Moon (regia di Linda Sessa), una riscrittura dell’Otello raccontata dal punto di vista delle donne, in scena Desdemona ed Emilia. La drammaturgia, interessante per costruzione, è scandita in un angosciante e inesorabile meccanismo che la spinge verso la morte: Emilia e Desdemona si vedono ogni giorno all’ora del caffè con la tragedia che incombe sulle loro teste, ma il problema non è nell’idea bensì nella forma che le due attrici (Daria Mariotti e Silvia Bruni) le danno, ovvero inconsistente, figlia di una preparazione ancora troppo approssimativa.

Ma il movimento e i suoi effetti contenuti nel titolo di questa interessante manifestazione si esplicitano non solo nella forma teatrale dell’arte ma anche in quella visiva, come è accaduto per la serie di ritratti de Il cerchio di zolfo (Riccardo Lopez e Sylvia Di Ianni), forma pittorica e collage di un lavoro costruito prima delle performance, ma perfetto nel raccontare in quello spazio di tempo l’alterità di un corpo femminile che si mostra nelle sue multiple e accecanti oscurità, sospeso in una dimensione di crudeltà formale e mentale.

Vi è sempre qualcosa di affascinante nella morte o quanto meno in quel punto di non ritorno che trasfigura il corpo verso il trapasso, quando nella sua massima espressività diventa ironia pura del non ritorno. Margherita Ortolani e Annamaria Tammaro autrici e interpreti palermitane di Su’ddocu lo hanno compreso bene, è a loro che dedichiamo le ultime righe di questa improbabile e poco esaustiva cronaca (rispetto al numero di spettacoli invece rappresentati che purtroppo per ragioni di tempo e affollamento abbiamo perduto). Il loro lavoro, in scena nella sala teatrale del Forte, è un esempio d’arte pura, viva di una performatività che diventa linguaggio autonomo. Con il volto e le mani imbiancate dal cerone, cappellini anni ’30, nel grigio dei loro vestitini della domenica, dipingono l’immobilità di una Sicilia fuori dal tempo, fatta di tic sociali, estenuanti litanie religiose, cantilene e modi di dire che si arrotolano su se stessi in un’ esperienza fisica e vocale pulita in ogni movimento e afflato, affascinante per tensione ritmica e originalità.

Come un soffio è passata anche quest’edizione di Effetti di Movimento, l’inversione di rotta è stata attuata, il festival è nato e cresciuto insieme agli artisti che vi hanno partecipato diventando un riuscito esempio di autoproduzione culturale e artistica, emblematico nel panorama delle omologate e banali estati romane degli ultimi tempi.

 

THE UNDERGROUND ANTIGONE BY AKR
by SIMONE PACINI - 26.04.2010 

“It is an Antigone “between law and blood” the one put on scene by AKR (on stage two actresses, a musician and a veejay/light designer). An Antigone coming on stage with hood, megaphone and the right outfit for a demonstration. To then undress, double, become sinuous, play with shadows, the wig and the mask. To dance, to scream, to commit suicide. Fragile and brave. An Underground Antigone, like the music coming out from the instruments (guitar and bass) and from the laptop. An Underwood Antigone, a “riot girl” Antigone.”

 
L'Antigone underground di AKR Teatro
di SIMONE PACINI - 26.04.2010 - Krapp's Last Post
   
Al Forte Prenestino, storico centro sociale romano, durante Node Fest 2010 festival di arti elettroniche e digitali, va in scena lo spettacolo “Prima regola: non essere salvata – Burning Antigone” di Akr Teatro.
Nella piccola e scarna sala del Teatro Forte si cercano altri modi di fare teatro, altre logiche produttive e altro rapporto con il pubblico. L’ingresso è libero, si pagano cinque euro di sottoscrizione per accedere a tutto il festival.
 
È un'Antigone “tra legge e sangue” quella messa in scena dal collettivo romano (in scena due attrici, un musicista e un veejay/light designer). Un’Antigone che entra con cappuccio, megafono e look da manifestante. Per poi spogliarsi, raddoppiare, diventare sinuosa, giocare con le ombre, con la parrucca e  la maschera. Danzare, urlare, suicidarsi. Fragile e coraggiosa.
Un’Antigone underground come le musiche che escono dagli strumenti (basso e chitarra) e dal computer. Un’Antigone del sottobosco. Un’Antigone “riot girl”.  
 
Maria Laura De Bardi e Aurora Kellermann interpretano Antigone e Ismene restituendole sulla scena come eroine contemporanee, tra rave party e lesbo style. La tragedia sofoclea è declinata nelle sue forme più attuali grazie a una drammaturgia spigliata che spazia da testi originali a Anouilh e Yourcenar: rifiuto delle convenzioni, eterno rimbalzo fra etica e politica di un’Antigone rivoluzionaria e antagonista, e quanto mai resistente. Un'attualizzazione che riesce bene, supportata da un impatto visivo di video che accecano e da sonorità calde al limite del blues. 
Siamo distanti dal teatro epico brechtiano, ma il messaggio di Antigone è ancora lì, politico quanto mai. L’unica speranza sarà la morte, e con lei sopraggiungerà la salvezza. 
 
Mentre, verso la fine, le due performer illustrano mille modi per suicidarsi, ripensando alle suggestioni dello spettacolo, all’attenzione nel dettaglio, alla forza di certe immagini e suoni, restano alcuni dubbi sulla coesione delle diverse parti, e sulla loro armonia. 
Esperimento comunque positivo, seppur da limare in certe scene ed esaltare in altre. Autoproduzione di una delle tante realtà underground romane che, con fatica, provano a urlare la propria voce e il loro disprezzo verso le convenzioni. Come Antigone, da sempre eroina donna e dissidente.
 
Antigone 01 di AKR alla Notte Bianca di Roma
di Maria Laura De Bardi - 16.09.2007 WHIPART
 
La Tragedia di fronte a se stessa. La tragedia al giorno d'oggi: il teatro-danza e Antigone ed Ismene, il loro rapporto e le loro singolari solitudini. Sullo sfondo, l'arte digitale, per una narrazione parallela (Eteocle e Polinice). La tragedia di fronte alla possibilità di scegliere. La Tragedia senza morale.
 
Antigone 01 nasce in un cantiere di periferia, alle porte di Roma, in un garage umido e in semiluce e forse proprio per questo la sua natura di creatura in continua costruzione e gestazione rimane ancora tale, dopo quasi un anno di incubazione.
 
Il seme della sua nascita lo troviamo in 01, uno dei primi lavori in digitale leggero di AKR, un cortometraggio, sospeso tra realtà e teatro girato nel 2004. Il conflitto tra Vittima e Carnefice in esso portante, condotto tra due uomini, così vicini tra loro da sembrare fratelli, ha fatto nascere l'idea di portare avanti questo studio sui conflitti, matrici vitali così insanabili da essere ogni qualvolta più affascinanti. Arriva così, tra polvere e caffè l'idea di ricominciare dai prodromi, dall'origine, dall'originario; e quale terreno più spesso se non quello della tragedia?
 
L'Antigone di Sofocle accoglie da subito le intemperanze di 01, nel conflitto appunto, ma anche nella carnalità che entrambi portano con sé. E così anche tutti gli altri testi, da Anhouil alla Yourcenar a Cohelo, e tutte le parole che scorgano da questo studio, portano pian piano alla stratificazione di linguaggi e forme cangianti. Il tempo è sospeso, un attimo può durare ore e una vita/morte è condensata in pochi minuti, questa la carnalità della tragedia, che non concede spazio a ragionamenti, punti di vista ed elaborazioni. Forse questo sarà possibile, ma soltanto ad epilogo avvenuto.
Stavolta è stata la strada ad accogliere questa nostra piccola creatura, che comincia a muovere i suoi primi passi.
 
Ma i veri invitati la notte dell'8 settembre a Roma erano i passanti,i curiosi fan di Roma C'è e quant'altro, i turisti, gli archeologi per un giorno e bè, perchè no, anche i fan di Akr, quelli che non si perdono una replica..
Grazie a tutti quelli che c'erano, ai loro volti sospesi in quella mezz'ora di carne, e grazie anche a tutti quelli che ieri hanno sostenuto il nostro lavoro e ci hanno aiutato in questa ennesima sfida.
Alla prossima piazza, o garage, o scuderia.
L'importante è che sia altro, come noi.
 
 
 
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